Grandi autori latini come Varrone (De re rustica, I, 7, 7), Virgilio (Georgiche, II, vv. 273-283), Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XVII, 35) e Cicerone (De Senectute, XVII, 59-60) riconobbero nell’ordine della piantagione uno dei principi fondamentali dell’agricoltura romana. Varrone e Plinio descrivono la disposizione a quinconce come criterio di razionalità agronomica; Virgilio paragona i filari piantati con precisione a “una legione schierata in battaglia”, mentre Cicerone celebra l’armonia, la simmetria e la bellezza del paesaggio coltivato, come espressione della sapienza dell’uomo e dell’ordine della natura.
L’evoluzione agronomica non si arrestò però al quinconce. Con il tempo si affermò il sistema detto a Settonce (septuncialis), basato su una rete di triangoli equilateri. In termini pratici, ogni albero risultava equidistante dai sei più vicini, ottenendo una distribuzione dello spazio più efficiente. Per questo motivo il Settonce venne considerato, nella teoria agronomica, uno sviluppo del quinconce e una sua forma più razionale. Il passaggio dal quinconce al settonce rappresenta così l’ultima tappa di una lunga storia in cui la geometria militare, la simbologia numerica e l’organizzazione dello spazio agricolo confluirono in un unico linguaggio dell’ordine e della misura.